Vi capita mai di vedere tre telegiornali o di leggere tre quotidiani, in cerca di una notizia, e sentite invece ripetere per decine di minuti o per pagine e pagine sensazionalistiche chiacchiere sul tal omicida o sulle abitudini carcerarie di Paris Hilton? Non ne potete più degli sterili battibecchi dei politicanti che non entrano nel merito, ma ripetono opinioni su opinioni? Chi è che scrive quei servizi? Perché non si parla più della Birmania, della Cecenia, di ciò che avviene in paesi diversi dall’Inghilterra o dalla Francia? Quali sono i servizi che mancano? Quali e quanti sono quelli fanziosi, se non addirittura falsi? Quali sono i temi trascurati, seppur importanti? D’ora in poi cercheremo di scoprirlo. Occhio al servizio e al suo autore! A partire dal servizio trasmesso dal Tg2 il 24 ottobre 2007 sulla rivoluzione d’Ottobre, firmato Tommaso Ricci… Chi è Tommaso Ricci? Come ha potuto fare simili generalizzazioni storiche in prima serata, nel telegiornale pubblico? Aiuttateci ad indagare e diteci la vostra
Archivio per Ottobre 2007

Bubboni – di Günter Spiegelmann
Ottobre 25, 2007Il mio ex collega e caro conoscente Günter Spiegelmann mi ha inviato una paginetta che si è ritrovato qualche settimana fa riordinando le sue carte. Günter, per l’ennesima volta, è in procinto di traslocare e dunque sta piano piano facendo un pò d’ordine. Questa pagina di diario, mi ha cortesemente spiegato, è stata da lui scritta negli anni in cui viveva a Berlino. Altri tempi, perchè Herr Spiegelmann ormai da un bel pò si è felicemente trasferito ad Hamburg dove vive insieme alla sua giovanissima figlia. Riporto di seguito la fedele traduzione del testo da me stesso eseguita e la pubblico su questo blog sperando che il caro Günter, il quale di italiano non sa un acca, non trovi nulla da ridire. Chi lo conosce sa bene quanto sia brontolone. Ah, dimenticavo, il titolo «Bubboni» è una mia idea. Solo Günter, e forse sua cognata Maria, potrebbero sorridere di questa scelta… ricordi Günter? Ti ricordi di quella capra?
mb
Bubboni
L’America è dove vivo è questo groviglio di tubi e di cavi oggi l’ho vista dal naso spuntare in una luce di perla. È questo orizzonte di cocci di lampadina di cubi con le finestre o i fili d’acciaio intrecciati nelle luci quadrate e le sbarre mute di neon, coi tetti angolari e cilindri in una esplosione di strade verso tutte le direzioni perfettamente lunghe le vedo rimpicciolirsi verso un punto lontano macchiate di addobbi cadenti. È una polpetta di grappoli e flussi di torsoli e oggetti panciuti e smaltati accatastati tra loro che irradiano obesa materia e hanno uno schiumoso volume, è il magma delle cabine e delle vetrine, di bamboline e gas grigi, delle panchine nei parchi, di stelle di latta di clacson e di semafori, di chioschi e bidoni i denti che brillano le teste di pesce sugli alberi puzzano d’urina fradicia e il movimento invisibile custodisce i dati nell’aria elettronica. Sono entrato in un supermercato avevo voglia di bere ma i luccichii fluorescenti delle lattine marroni e i barattoli verdi dei broccoli in mezzo al blu degli ammorbidenti per la lana sintetica pulsavano muti e ricciuti in procinto di riprodursi ed era vernice per le superfici mescolata in un secchio ad un livello parziale poi schizzata nel muro o nell’aria, no anzi no anche di più, era tutto quello che c’era era la realtà che non si avvicina è confusa, confusa come il grumo di vestiti nella lavatrice che gira e gira e gira senza fermarsi e il giro non ha un baricentro che irrori le forme di un equilibrio, ma tanti piccoli centri molli anzi forse nessuno. La carne, là c’è la carne imbottigliata dentro il bancone ed è così densa a un certo punto è così rossa che è ben tagliata e accatastata ed è fredda e gronda dal basso verso l’alto dal dentro al di fuori il pulsare ritmico ghiacciato si fonde con la luce di plastica colante dal soffitto di latta in un nuovo contatto che genera un colore un nuovo coito silenzioso ed esteso. No, no, non può esserci possibilità di intreccio né possibilità di fabula qui. Il ritorno alla chiara Itaca non può esserci qui in questo nuovo ovunque forse il sentiero è esploso tra gli scaffali imbottiti dove la luce si sgrana il perle d’acciaio, la proliferazione delle cose schiumanti lasciate che i copertoni vengano a me fluttuare nel silicone il vino rosso è diventato catrame come la possibilità di narrare. Raccontare un amore assente e l’incanto del desiderio e il coraggio della quotidianità coprirsi di ridicolo quando è necessario ma cadono i drappi pesanti stancanti solo la nomenclatura della bubbosità il ricamo delle farfalle che si posa e accarezza le cose le semina misteriosamente di luce e il piccolo tragitto diventa una perla che albeggia sopra il brulichio, solo lui ci può salvare e la limpidezza la tristezza del clown oggi il pensiero della sera. Coi piccoli lingotti di polistirolo sotto la lingua la secrezione ghiandolare della saliva è un rubinetto aperto che sgrana un rosario di soprammobili. La chiara Itaca devo tornare in essa riscoprire la geometria interiore i miei continenti sommersi la multiformità non è questa, è questa la decomposizione della placenta nel catasto dell’Autogrill il naufragio alle dieci del mattino negli ingorghi intarsiati dai cartelli in attesa. La pianificazione la produzione una scoreggia paonazza che logicamente si diramerebbe dunque passaggio dopo passaggio in nuove estensioni pluridimensionali dunque è l’unica ragionevole attuazione della qualità dei tempi è la logicità impermeabile ma la celestiale forma del mondo ha un equilibrio che resta immobile a tutto ai cavi ai tubicini del terreno martoriato alle trombe e ad i cadaveri alle torri sempre più alte con il pulviscolo incandescente di cenere che cade piano sulle macerie attonite. Il liquore delle parole quand’ero bambino mi sfregava le gengive in smorfie depositate sotto le guance ancora ma le cose tutte le cose vogliono perforarmi la bocca tutte le nature morte vogliono farmi mangiare.
Günter Spiegelmann

David Gilbert – i normali. Professione cavia (Bompiani 2007)
Ottobre 21, 2007Le nuove risorse umane…
L’esplorazione del labirintico territorio del lavoro (XII° approdo argonautico) continua con la recensione di un romanzo che parla di lavoro e di sperimentazione sull’uomo.
Possono bastare due settimane per dare una svolta ai propri problemi finanziari? La HAM (Hargrove Anderson Medical) offre 250 $ al giorno a chi voglia sottoporsi a sperimentazioni di nuovi farmaci: “Non è richiesta alcuna esperienza. Non è necessario alcuna capacità. Non è previsto alcuno sforzo”. Si richiede solo uno stato di buona salute per fare da cavia, per prestare il proprio corpo al monitoraggio degli effetti collaterali di un farmaco antipsicotico… può essere un lavoro? Read the rest of this entry ?

“La fabbrica di cartoline” di Ambra Zorat
Ottobre 17, 2007Pubblichiamo un racconto inedito di Ambra Zorat che per problemi tecnici non aveva trovato spazio sulle pagine di Laborinto.
Cerchi bianchi e blu scivolavano sul terreno buio della notte. Rischiaravano qualche sasso, dei semi di ciliegia e una bottiglia di plastica dall’etichetta rossa rovinata. I cerchi scorrevano sulla superficie brulla ai limiti del bosco, secondo movimenti rapidi e rotatori alla ricerca di intrusi. I fatti avvenivano in un piccolo paesino friulano intorno agli anni Settanta, ma sarebbero stati uguali altrove, qualche decennio prima o dopo, in quest’era occidentale, tra la campagna ormai abbandonata e il mare definitivamente inquinato. I cerchi di luce cambiano colore, o angolazione e ancora altezza, ma girano, girano proiettati indifferentemente sul terriccio e l’asfalto.
Quella sera erano le dieci, quando dai quattro bastioni della Cartolinchimica Spa i fari si fissarono sul Frenk, che se ne stava lì rimbambito, con la bocca spalancata. Afferrava un panino al crudo di San Daniele nella mano destra e un blocchetto di carta con una penna nella sinistra. Il boccone ingombrante gli riempiva la bocca impedendogli di rispondere alle minacce che giungevano rabbiose e prepotenti da sfondare i timpani. Con la mascella divaricata per la sorpresa e lo spavento non sapeva più masticare, né sputare.
Gli gridavano: «Alto là! Alza lentamente le mani».
Sei sordo o scemo?!”
“Ti ho detto di alzare quelle cazzo di mani!”
Intanto le guardie armate si avvicinavano, le pistole puntate al suo petto. Riuscì a bofonchiare solo che era un operaio dello stabilimento. Poi sforzandosi di inghiottire il boccone, aggiunse che il capo-turno lo aveva mandato fuori per un controllo… al contatore, piazzato lì a pochi passi. Bisognava farlo una volta ogni sei mesi.
Gli urlarono di dirgli il nome e dargli i documenti.
«Frenk, Frenk Corallo. Reparto numero 72, i documenti …sono in spogliatoio».
Da una radiolina, che aveva visto solo nei film, chiamarono la portineria che li mise in contatto con Alfredo, il capoturno. Subito dopo l’accompagnarono all’entrata, osservandolo in modo ostile quasi non si fidassero. Mentre camminava la chiave inglese si spostava a ogni passo, scivolando lungo la cintura batteva contro una chiave più piccola fissata con più precisione. Stava pensando alla Tina. Cosa avrebbe fatto se non avessero verificato chi era, se qualcuno con il grilletto facile gli avesse sparato? La Tina non aveva una pensione sua, cosa avrebbe fatto? Chissà se e quando l’avrebbero rimborsata!
La Tina, o Tinuccia come la chiamava un tempo, l’aveva conosciuta in una festa paesana di un partito o forse di un patrono, non se lo ricordava più, ma in fondo era lo stesso. L’aveva invitata a ballare, lei aveva accettato perché le dispiaceva dirgli no. Così piccolo, tutto scuro, occhiali e pancetta, era in giro da diverso tempo e doveva aver ricevuto diversi rifiuti dalle altre ragazze, ché lei non se la sentì di infierire.
«Un solo ballo, poi basta che sono stanca!», gli aveva risposto.
Poi parlando, senza pensarci, gli aveva detto dove abitava ed era cominciato il vero e proprio corteggiamento. Alla Tina, nessuno aveva mai fatto il filo così, aspettandola per delle ore seduto in macchina davanti casa, attendendo che uscisse col cane per salutarla e vederla soltanto per un istante, visto che lei con lui non si fermava mai più di cinque minuti. Dopo un mese che Frenk veniva sempre alle 5.20 in punto, direttamente dalla fabbrica, e se ne restava lì nella sua macchina fino alle nove e mezza di sera, la Tina aveva deciso che questo o lo si doveva sposare oppure rinchiudere in un manicomio: fu così che se lo prese.
Il Frenk però non era un uomo di tante parole, alla Tina voleva bene, ma era sempre più convinto che per ogni cosa c’è il momento giusto. Le energie non si possono mica investire tutte contemporaneamente! Dopo qualche tempo cessò di dedicarsi alla Tina. Aveva cominciato a lavorare coi turni, e solo ogni tanto si vedevano la sera, quando dalla fabbrica tornava a casa in bicicletta, sempre dopo una partita di carte al bar. Dopo cena lui ascoltava un po’ la radio, mentre la Tina lavava i piatti, metteva il bambino a letto e faceva un po’ la maglia. Un giorno sarebbe stato diverso. Il bambino sarebbe diventato grande, avrebbe lavorato, trovato un altro appartamento e non avrebbe più dovuto dormire nella loro stanza. La Tina all’inizio ci sognava, ora tutto le sembrava consunto, quasi trasparente. Il Frenk invece pensava a questo giorno e a Tina un po’ come il Paradiso, il loro turno sarebbe solo venuto dopo.
Quando rientrò al suo reparto gli altri operai cominciarono a sfotterlo chiamandolo “compagno” oppure “terrorista”. Con una torcia gli illuminavano il viso gridandogli parolacce. Poi, per mandar giù gli ultimi bocconi del panino, gli passarono una lattina già cominciata. Due sorsi di birra e si ricomincia il lavoro, ognuno alla propria macchina.
Il Frenk questa sera doveva controllare la quantità d’inchiostro nero che veniva aggiunta all’impasto. Non poco né troppo, l’operazione era fondamentale perché la carta venduta ai tedeschi doveva sembrare riciclata. La Cartolinchimica Spa non aveva ritenuto indispensabile comprare la macchina che doveva preparare la carta usata per il nuovo impasto. Era più economico aggiungere dell’inchiostro al solito impasto e pagare qualcuno che esaminasse la procedura. Così si era ritrovato a fissare la macchina, al cui sbiancante era stato sostituito quel nero di seppia.
Nessuno parlava, solo il borbottare delle macchine galleggiava in sottofondo: un rumore che ricordava quello di un vaporetto, ma più ovattato. Poi ci si abitua, non lo si sente più, a dire il vero si sente di meno in generale, anche fuori dallo stabilimento. Dicono che sia l’abitudine, che ci si abitua a non far caso a certi rumori…. Sicuramente però sentirono il boato che venne d’improvviso dalla macchina dove lavorava il Frenk.
Una tubatura era esplosa e l’impasto era stato gettato con violenza sul corpo dell’operaio che se ne stava ormai in terra, imbrattato di una materia densa e bollente. Fermo, senza gridare, senza muoversi. Neanche il sangue colava, se ne stava nascosto e raggrumato dietro alla testa, lì dove il capo precipitando all’indietro aveva battuto contro la pietra. La morte tuttavia non avvenne all’istante, anche se nessuno se ne rese conto, e il Frenk chissà se o a cosa poté pensare.
Si seppe solo cosa pensava la Tina, che per la verità non disse niente, mandò solo un unico grido, quando la informarono che il marito era morto al lavoro.

Joshua Ferris – E poi siamo arrivati alla fine (Neri Pozza 2007)
Ottobre 5, 2007
Il settore creatività di un’agenzia pubblicitaria di Chicago vive giornate agitate. Il mercato ha una flessione e si profila una serie di ‘voli della spagnola’, ovvero licenziamenti: chi non fa centro con il concept rischia grosso. La bolla speculativa della New Economy è al collasso e anche sul Magnificent Mile, sulle sponde del lago Michigan, la congiuntura negativa inizia a fare vittime tra i lavoratori. Questo è il rumore di fondo in cui è immerso un gruppo di lavoro, il noi narrante di questo romanzo; in primo piano, storie su storie, e pettegolezzi di colleghi che non possono non osservarsi continuamente creando un’intrigante selva di comunicazione. Una commedia umana in cui ogni evento si rivela solamente tra le pareti dei cubicoli, tra uffici e riunioni, stampanti, scrivanie e pause caffè, nelle mail e nel reboante circo delle voci di corridoio. I due piani del grattacielo che ospitano l’agenzia sono il palcoscenico della vita del gruppo. Read the rest of this entry ?

Un racconto inedito di Tommaso Gragnato
Ottobre 4, 2007Frenico
Vuoi ragioni? Prego. C’è lo specchio, la commessa, quei pantaloni da tempo mirati. C’è un sabato pomeriggio di shopping, e un negozio vociante e le bolle di sapone di mia cugina alla merenda, che gioia per tutta la cucina! E dopo le bolle di sapone c’è uno specchio rotto. Unica cosa registrata dentro e fuori.
Questo è andato fuori di melone sono le prime parole che ricordo d’aver sentito. Si ridisegna un pavimento sotto i piedi, intorno un’aria preoccupata e fredda. Batto i piedi a terra per saggiare la consistenza: un pavimento di marmo sotto i piedi.. dove ero stato? Poi lo sguardo su scaffali di legno, ripiani di maglie colorate e una commessa, lì e io e tutti quei clienti. Le facce mi passavano davanti come fotogrammi. No… Sono io! che cammino in cerchio. Mi fermo, oddio è successo in un negozio! Di fronte ritrovo uno specchio crepato con la mia immagine crepata, tutto crepato, pezzetti. Ci guardiamo. Riconosco di avere dei ricordi, riconosco una vaga sensazione di appena-poco-prima-è. La gente ha paura di me. Ahi, ben la conosco quella sospensione: è il galleggiamento che mi porta sempre più lontano, un posto sempre più lontano e infine quel marmo sotto i piedi, sì, l’atterraggio. È tutto chiaro. Non mi siedo, non mi danno qualcosa da bere, nessuno mi parla. Sono vivo? Rimango un po’ fermo, poi esco di corsa dal negozio.
Chi di voi ha rotto mai uno specchio?! Chi s’è investito della responsabilità di una tale frantumazione? Schizzi lucidi, pietruzze frementi e tagli d’immagine. Ci sarò finito dentro, sarò inciampato! Un balzo e non ero più in fila per la prova in camerino, un balzo e la mia immaginazione era lì nel riflesso; mi stavano mica male quei pantaloni, e poi divento una molteplicità cubista esplosa. Abbraccio la mia immagine, mi disintegro? Se conoscete qualcuno che ha assistito alla scena vi potrà fare un racconto migliore. Quel che posso dirvi io è che anche questa volta sono decollato. Ho viaggiato, ho staccato; diverso doppio leggero. Non so cosa mi capiti, ma quando c’è il vuoto che si apre sotto rispondo con un decollo in alto, una sospensione che, a quanto ne sappia, può includere immobilità e violenza. Non ero lì. Non c’ero più. Beato, volavo, cosa ho fatto mentre?
Voi non avete mai rotto uno specchio in un negozio del centro il sabato di shopping. Non potete capire quello che succede dopo! È un risucchio verticale nei pensieri, un vortice che ti fa vedere dall’alto; è una proiezione della quarta dimensione, se vogliamo chiamarla quarta, per sfuggire al giudizio, al giudizio di un dio, di un dio al quale si è arrecato un danno, e ai suoi discepoli in assise.
Lo sapete bene voi profeti degli aeroporti, pneumatici del carrello, lo sapete quel che si spezzetta nei decolli; il momento in cui l’aeromobile stacca da terra. Oh! Amiche vulcanizzate ciambelle del carrello, voi uniche capite e mostrate quel che ci succede. La durata di rincorse, dolore di mille conteggi in circoli senza presagi, solo il calore dell’asfalto, la velocità crescente e lo stupore, lo stupore di un giro a vuoto, lungo, libero dall’abrasione. Mi incanta guardarvi, voi ruote, sconvolte nel mormorare è successo ancora?! Si smarrisce anche in voi la memoria della durezza dell’atterraggio? Vero che non ci importa il fumetto di consumazione all’impatto con il suolo.
E tu, topo di campagna come racconti loro l’artiglio del rapace che ti rapisce nella corsa… anzi lo chiedo ai parassiti del tuo pelo, che l’avvertono solo per la frescura dell’aria, senza il presagio di morte che posso leggere nei tuoi occhi di bottoncino nero.
E voi chiglie di barca volete spiegare loro cos’è il cambiare elemento, al primo varo, dalla terra all’acqua. Ah! Non lo si scorda e lo si ricorda solo quando si è tirati a secco per l’inverno.
Ma credete, gente che fa acquisti il sabato pomeriggio, che io non lo frequenti il mio problema? Credete che lo svicoli con astuzia, che finga di non vedere, che non lo voglia conoscere, come se potessi! Si annida nelle cose della vita normale, non capite. Quante volte lo sopporto quello che succede dopo. Noi lo sopportiamo! Quello che succede dopo: nei tuffi in acqua, nelle partenze e arrivi dell’ascensore, nei sorpassi ai camion sulle autostrade. Solo che… alcuni decollano. Io non lo sopporto nelle frenate, nelle frenate degli autobus e qualche volta in quelle dei treni. Non le frenate brusche che ci piacciono, nemmeno quelle progressive che si interrompono con un leggero saltino del passeggere; signori il mio problema sono quelle progressive, modulate dal piede di un sadico autista amante di delicatezze che non ci riguardano più, le frenate mai fermate, che non fermano mai, mai, e non fermano mai e … quella è la sensazione! quella è la sospensione! Il mio cervello se ne schizza via, la mia ragione esplode come una bolla di sapone mentre…
Anche le bolle di sapone lo sentono, ma librate come noi, route e topini e vostre degnissime pulci, poi loro esplodono e non se lo ricordano, ma io da anni lo sento e lo conosco e sono pronto a saltellare anche da solo sull’autobus, a fare un passo poco prima che…ecco non ci sono stato, io lì non c’essere più. Poi mi riprendo ma nel tempo della sosta, tra discesa e salita dei passeggeri io… io non so; a volte le cose sono cambiate.
Ho rotto un specchio in un negozio del centro, me ne sono scappato con i pantaloni da pagare.. ma la cosa che più mi preoccupa sono queste mani sporche di sangue. È normale no, succede vero?… che quando uno rompe uno specchio finisce per tagliarsi da sé?
Tommaso Gragnato


La partenza degli argonauti – Giorgio de Chirico (1921)