
Ultimo numero!
Pubblichiamo in anteprima il Diario di bordo, ovvero l’Introduzione dell’ultimo numero di ARGO, che si intitola Oscenità: un romanzo di esplorazione on the road, attraverso l’Italia, da Sud a Nord e ritorno, in compagnia del controverso artista Federico Solmi, del repoter d’assalto Fabrizio Gatti, il giullare scomodo Paolo Rossi, i nuovi poeti dialettali – da Domenico Brancale a Edoardo Zuccato -, l’ultimo beat Jack Hirshman, il grande sociologo Massimo Paci, l’ex Cccp Massimo Zamboni, il narratore Vanni Santoni, l’italianista engagé Andrea Battistini, i collettivi Kai Zen, Wu Ming e gli Argonauti, da Roma a Kyoto.
Argo esce con l’editore Cattedrale.
Argonauti Riuniti
Diario di bordo
Fuori dalla scena
Eravamo strabiliati. Abitavamo in luoghi diversi, ma le immagini e le parole, che ci penetravano violentandoci senza tregua, erano le stesse. In intimi silenzi coltivavamo piccole frustrazioni domestiche e quotidiani entusiasmi.
Con in tasca briciole di ideologia camminavamo per le strade delle nostre città. Eravamo molecole violentate a raffica, senza capire esattamente da dove, precisamente da chi. Violentate nell’immaginazione e nei desideri, violentate nelle possibilità e negli imprevisti, violentate nel presente nel passato e nel futuro. Violentate, impregnate e portatrici ogni giorno, noi stesse, di viscida violenza. Violentate senza poter dare un nome a questa violenza. Stavamo a guardare.
Sua Emittenza, testa sintetica, aspettava la morte di un altro governo fragile e zoppo, soffiandoci contro, con sadico divertimento, la sua demoniaca congiura di Palazzo. Si sfregava le mani in seconda serata, in attesa della sua terza orgia di potere. Invano il Grillo parlante, l’Ultimo dei Movimentatori, dopo che anche i girotondi si erano tramutati in gorghi, metteva in guardia i burattini dai Lucignoli del Paese dei balocchi.
La tv grondava sangue e sudore. Un blob agrodolce di show e intrattenimento. Nei notiziari la realtà era servita come un piatto freddo, ricco di salse piccanti e di carne squartata. Il baccanale mediatico saturava tempi e spazi, consumava il teleconsumatore. Sotto uno strato molliccio di telecronache mondane, di nuove maggiorate, di giochi a premi e di falsi problemi, tra ignoranze e fiction tv allarmiste, il paese reale si arrabattava come sempre: esisteva, con le sue tragedie e i suoi piaceri.
Mentre in tv orde riversate fuori dalle patrie galere assalivano di notte le ville dei benestanti e uccidevano tutti senza pietà, anziani, signori indifesi, donne, bambini, colpevoli solo di possedere oggetti preziosi. La storia fatta dalla tv raccontava che il primo gennaio 2007 la Romania era entrata nell’Unione Europea. I Rumeni erano arrivati in Italia, assieme agli altri stranieri, venuti a vivere nel tuo condominio, a fare da bandante all’anziana del piano di sopra, oppure, sotto casa, a impastare cemento in un cantiere 12 ore al giorno. Venuti per lavorare. Qualcuno uccideva anche. Anche uccidere è un lavoro. Lo sanno bene i killer delle nostre quattro mafie. Gli imprenditori fuorilegge.
Poi a Tor di Quinto una donna, picchiata e violentata, perse la vita il primo novembre del 2007. Tutti i massmedia nei giorni seguenti raccontavano la sua storia. La gente nelle tabaccherie di quartiere si fermava a parlare, prima di cena: ci si lamentava spesso, ripetendo frasi raccolte altrove.
Ed è cresciuta la paura.
Capitava che la crudeltà in tanti discorsi si aggiungesse al pressappochismo. Al lupo al lupo! Sono romeni, sono rom, sono zingari, sinti, irregolari, clandestini, criminali… E Sua Emittenza continuava a soffiare mefistofelico, con la forza del leone e l’astuzia della volpe.
In un quartiere di Roma organizzarono un raid punitivo. Con le catene, i bastoni e tutto quanto. Un campo nomadi prese fuoco. La gente continuava a viaggiare, a mangiare la pasta, a prendere i figli a scuola o a percorrere la provinciale, nella nebbia, tornando a casa dopo il lavoro o andando al lavoro da casa.
La gente continuava a morire. Nella girandola dei contratti a ore e nelle fabbriche del lavoro precario, dove gli operai non si conoscono più perché tutti vanno e vengono. Morirono sette operai, morirono bruciati vivi da una fiammata di olio bollente. Stavano lavorando da 12 ore per la ThyssenKrupp. Mesi dopo, al processo, un soccorritore racconterà di aver scambiato per un sacco dell’immondizia un cadavere carbonizzato.
Si moriva sulle strade, velocemente, strafatti e incoscienti; si moriva a qualche miglio dalle coste italiane di tempesta e di mare grosso; si moriva di piccole tragedie private diventando fatti di cronaca; si moriva di depressione o di overdose, a volte con utensili da cucina. Nell’acquario melmoso dei telegiornali tutto si mescolava tragicamente con la monnezza debordante di Napoli e dell’agro campano; la monnezza sommergeva strade e piazze come una massa schiumosa venuta dal sottosuolo, resti, avanzi che nessuno sapeva più dove ficcare.
Le discariche erano tutte intasate, non c’era più posto e la protezione civile, il governo, le amministrazioni, tutti cercavano nuovi siti intorno alli campi granari e dove brucano le bufale. Si progettavano impianti di smaltimento, termovalorizzatori e depositi di scorie tossiche e radioattive, ma con calma, perché «’o Sistema ci tiene alla monnezza e la vuole tutta per sé. Ci si guadagna di più che con la droga». Arrivò l’Esercito italiano a proteggere le discariche dalla gente perché la gente protestava nelle strade, cioè nella monnezza. I guaglioni in motorino sfrecciavano nell’interland napoletano trivellato dalle pallottole, mentre il sangue in rivoli s’impappava con i rifiuti.
Era il gennaio 2008 e l’altra faccia della medaglia, il Centrosinistra, con qualche costola in meno, si succhiava le viscere ripiegato su se stesso. Prodi, bonariamente, tracciava dei cerchi nel Fisco col compasso. A Roma, nei salotti, si brindava alla nascita del nuovo soggetto politico. Il Pd doveva essere il partito della socialdemocrazia italiana, libero senza i radicali, nuova forza di governo. Veltroni, eletto dal suo popolo alle primarie, andava in tv e diceva «Yes we can».
Il Popolo italiano vedeva sacchi pieni di cibo putrefatto e oggetti scassati straripare in quel ventre di mondo.
Povera putrida oscena Patria.
Schiere di porporati raggrumarono le facce, quando qualche disobbediente Barone tentò alla “Sapienza” di alzare la voce contro il Papa, il Pater Patrorum, l’Imperatore della Cristianità e capo di Stato sovrano, col suo corpo di mozzarella griffata, adunco per il vizio, e il suo mantello di pelliccia. Ribellarsi alla Chiesa poi porta disgrazia, perché la Chiesa è erotomane, e in Italia controlla ancora il corpo, le penetrazioni e la legalità dell’Amore. La Chiesa incaponita ha bloccato le unioni civili, perché colpevoli di garantire tutele e diritti a sacrileghe, impure, peccaminose, innaturali coppie di fatto. Chissà cosa si dissero nei corridoi del loro Palazzo i Generali di Cristo, quando chiamarono all’appello i loro amici di Stato.
Pochi giorni dopo, dimessosi da Ministro della Giustizia, per questioni di inquisizioni familiari, il cattolicissimo Clemente tolse la sua preziosa fiducia al governo di Centrosinistra. E il prode Romano cadde ancora dal suo asinello. Due volte nella polvere, mai più sull’altar.
Sua Emittenza si apprestava a diventare ancora Cesare d’Italia. Un giorno si arrampicò sul predellino della sua auto governativa, si sporse verso la massa e, con la faccia stirata dal lifting e gli occhi come cuciture di una borsa di pelle, annunciò la nascita del Partito della Libertà. Chi non vuole la libertà? Chi è che non la vuole? Sarà il presidente di tutti, nessuno farà opposizione, eccetto i pazzi o i criminali. Clap clap. Il padrone della Medusa, del Basilisco e del Diavolo rossonero venne di nuovo incoronato, Presidente Trismegisto, con la bocca grondante del sangue succhiato dal corpo molliccio di Messer Mortadella.
Non c’è più niente da fare. Ci guardiamo in faccia, disperazione e riso isterico, fatalismo e remote speranze, incubi e volontarismi. Schizofrenici, narcotizzati, impotenti, siamo impauriti. Spaventati anche dai nostri stessi desideri di rinascita e di rivoluzione. Disorganizzati, siamo inconcludenti. Siamo disillusi. Mentre ci guardiamo in faccia, siamo comunque noi.
Potremmo andarcene e lasciare andare tutto a scatafascio. Potremmo ritirarci in esilio e aspettare che arrivi la peste. Oppure potremmo prendercela con tutti e con tutto. Potremmo dubitare, dubitare di noi stessi e dubitare che quello che ci raccontano su di noi e su questo Paese non sia vero, adesso che peggio di così forse non si può. Potremmo scegliere da che parte stare, credere a quello che vogliamo credere, vedere quello che noi vogliamo vedere. Siamo stanchi della realtà pornografica di questo Paese.
Una patina opaca ricopre tutto. Una patina opaca ricopre i nostri occhi. Una coltre di oscena vacuità toglie il fiato. Perciò decidiamo di andare a scovare un altro osceno, quello che rimane fuori dalla scena pubblica e televisiva, un osceno che non ha diritto alla ribalta, a un minuto di celebrità al telegiornale. Quello che non si vede ma si sente, si percepisce se solo si accetta di esporsi, di ascoltare, di ripulirsi la pelle, i nervi, gli occhi. Questo osceno vogliamo nominare, come un coro che a lato vede, prevede, commenta. Vogliamo accedere a questo non detto, a questo non visto.
Cerchiamo la porta che si apra sulla coltre, che ci lasci penetrare nel sottosuolo, negli spazi nascosti, negli spazi ignorati, nel prima e nel dopo dei fatti di cronaca. Un oltretomba contemporaneo. Cerchiamo l’accesso a questo mondo e lo troveremo in riva al mare, dove ci laveremo gli occhi con l’acqua salata.
Le immagini di questo Paese a poco prezzo non ci bastano.
La nostra strategia: fare strada dove non c’è strada. Allora attraverseremo i paesi del Paese, cercando di scartare la via maestra: nomadi, fuori dalla scena, dietro la scena, lungo sentieri abbandonati. Incontreremo gioie impercettibili, voci minoritarie, molecole di esistenza, di indipendenza, di sopravvivenza.
Incontreremo la vita che vive dove non sembra vivere nulla. Incontreremo progetti appena inaugurati e altri già naufragati. Non la storia del Paese, ma la sua non-storia, le vie smarrite e quelle solo immaginate, le deviazioni. Errori dimenticati, deliri abortiti, miracoli miseramente falliti. Il sottobosco di una nazione. Il territorio. I fratelli minori, i parenti lontani, i parenti ripudiati, dimenticati. Quello che resta in disparte ma comunque qui. Le radure dove piccoli mondi esistono nonostante tutto. Dove le cose hanno nomi profumati.
Viaggeremo insieme o singolarmente, sparpagliati, e ogni giorno scopriremo luoghi sovrapposti, immagini contrastanti. Trovata la porta, viaggeremo da Sud a Nord, da un confine all’altro del Paese e oltre, ritorneremo indietro, ci fermeremo nelle metropoli e respireremo l’aria sovraffollata della vita frenetica che si raggruma, o rimarremo in disparte, ad allestire mostriciattole di sassi e di alghe, a seguire sentieri di montagna, linee tratteggiate.
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Itinerario / Indice
Argonauti riuniti Diario di bordo/Fuori dalla scena
Chowra Makaremi & Filippo Furri Lungo la strada dei clandestini – Conversazione con Fabrizio Gatti
Rino Cavasino Merda e fumeri / Cosi tinti
Oscar Fuà I tiranni sicelioti
Marco Scalabrino Palori / Sicilia ci cridi
Erica Borghi La penna rossa con cui scrivo di Quello
Giuseppe Colomasi La F(r)eccia del Sud
Il treno che viene dal sud – Intervallo musicale di Stefania Piras
Jack Hirshman The Rom Arcane
Silvia Albanese Viaggio a Weilburg
Ma chi l’ha detto che in terza classe si viaggia male – Intervallo musicale di Stefania Piras
Daniela Shalom Vagata Tutte le strade portano a Roma
Girolamo Grammatico Cosa c’è sotto il tappeto
Nora Bossong Sonntag
Filippo Brunamonti Federico Solmi e il suo Papa porno-killer
Kai Zen Miserabile Italia
Luigi Chi trova un Barone, trova un tesoro
Filippo Furri Il parlamento infernale
Massimo Paci Federalismo e democrazia partecipativa
Francesco Orazi & Marco Socci Partecipazione democrazia e nuove tecnologie
Militanza perfetta - Intervallo musicale di Samuel Manzoni
Geraldina Colotti Italiani: vittime e carnefici
Mario Panzieri Quarzo sardo
Vanni Santoni I vetri di Tirana
Palinsesti dell’Apocalisse di Massimo Raffaeli
Ludwig Maria Gallura Tortoli Forza Italia del desiderio: la porno-inchiesta di Bandinelli
Günter Spiegelmann Nella Reggia dei Cortigiani
Edoardo Zuccato Adess sa sent i man dul su
Claudio Emme Grazie a Visco non offro più gli aperitivi
Passeranno i mattini – Intervallo musicale di Stefania Piras
Michele Pedrazzi Escartons
Andrea Marcellino Tenaglia aperta: se Manifesta sono tutt’occhi
Andrea Montali Tenaglia chiusa: lo skinhead e la rana crocefissa
Luigi Ghezzi Sentirsi speciali e autonomi a Trento
Maurizio Mattiuzza Tal bosc di Velio
Vicino alle nubi, sulla montagna crollata di Rossella Renzi
Christian Sinicco La nave
Il cuore nero della tradizione di n&o
Fabio Franzin ‘Ò fat tre volte el giro de chea
I fratelli Furri Giochi senza frontiere
Gilberto Mastromatteo Tupamaros all’italiana. Le Brigate rosse
Massimiliano Chiamenti [lo sa che questo è vergognoso]
Andrea Battstini L’invenzione dell’Italia. Dalle impronte letterarie alle impronte digitali
Sara Andreoli & Valentina Recchia Italofoni
Fabio Orecchini Italiano lingua di lingue – Dialogo con Amara Lakhous
Daniela Shalom Vagata Itaria ni ikamasu. L’Italia vista dal Giappone
Rafael Zammitti La Piccola Italia di Rio de la Plata
Italiani in Argentina – Intervallo musicale di Stefania Piras
Massimo Zamboni Emigrati in casa
Annalisa Teodorani Paroli / Al zèi / La sudisfaziòun
Fabio Maria Serpilli Maestà e desolazió / Pudessi sapéme acuntentà
Valerio Cuccaroni Un giullare scomodo: dietro le quinte con Paolo Rossi
Fabbricando case – Intervallo musicale di Stefania Piras
Domenico Brancale No’ tène pidigàte / Angappàte gogne cose ppi favore
Giuseppe Merico Un cerchio dal taglio meridionale
Wu Ming Roccaserena
Mattia Santini OGRA / Les italiens