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Ultimo numero! ARGO XVI – GIUGNO 2010.

 Pubblichiamo in anteprima il Diario di bordo, ovvero l’introduzione dell’ultimo numero di ARGO, che si intitola id: la materia che amava chiamarsi umana: ancora un romanzo di esplorazione sulle tematiche dell’identità, fra bisturi miracolosi, generi fluttuanti, post-umanità e bioingegneria. con contributi di FAM, Ugo Cornia e Wu Ming 2, fra gli altri, reportage da Giappone, Cina, Svezia, Norvegia.

 La sezione Ogra di ARGO XVI è dedicata a Franko B.

Argo esce con l’editore Cattedrale.

Come posso avere Argo? …oppure… tormentate il vostro libraio. Scoprirete se è “di fiducia”.

Argonauti Riuniti

Diario di bordo

Lungo le piste che abbiamo esplorato e lasciato aperte apparentemente non è cambiato nulla, non è successo nulla. Anzi tutto sembra sfaldarsi e sgretolarsi ancora. L’Italia, ancora la “povera patria”, è stata il punto focale della nostra ricerca, nel romanzo collettivo d’inchiesta Oscenità. Il tempo è trascorso. Ora la guardiamo allontanarsi e replicarsi senza decenza, oscenamente sull’orlo della catastrofe, equilibrista spudorata, ci sentiamo muovere in profondità in risonanza magnetica e genetica. E, attraversando il fuoco, rimanendo per un attimo il punto – in una dimensione – sostituiamo l’obiettivo, giochiamo sul diaframma avanti e indietro a trovare il giusto tempo per la giusta esposizione.

Zoomiamo indietro, prima su di noi, sulla nostra città, sulle sue strade, sui vicoli. Sulla signora che sull’autobus tiene comizi xenofobi e si lamenta dell’euro. Sull’immigrato che bestemmia e chiama suo figlio Silvio, perché gli ha fatto avere i documenti. Sul ragazzotto che guida il bolide al telefonino, sul pensionato che guarda mentre mi pestano per fottermi la borsa, sul panettiere la fioraia il pescivendolo del centro commerciale come fossero in un acquario, dove cercando mezz’ora parcheggio l’intera famiglia può passare la domenica a mangiare hamburger e bere Coca-Cola e passeggiare su un tappeto musicale dell’Ikea. Sul vestito in giacca e cravatta sullo scooter, sulla madre di famiglia che ha bisogno del Suv per portare a scuola il suo figlio unico dell’ex marito. Su me stesso, su noi davanti allo specchio, adesso, davanti alla tv, con un telecomando del desiderio, a far zapping un tasto al secondo, un metronomo morale, amici, nemici, amore, odio, vacanze, fatica, buoni, cattivi, giusto sbagliato, bianco nero, vestito nudo.

Di qui, d’altrove.

Zoomiamo ancora, passando per i cavi della tv per i satelliti le onde elettromagnetiche il wireless ci imbattiamo in questo Paese tutto insieme (e fa strano rivederlo ora da qui) e nei suoi rappresentanti legittimi e non. Ascoltiamo Ministri leghisti blaterale di origini padane, neo-post fascisti, post post comunisti, risocialisti, monarcoidi, anarcostituzionalisti, democratici immobili letargici, onanisti, ex manganellatori megafoni istituzionali. I mafiosi pentiti che si smentiscono come se giocassero a cavallina. Giudici in stato confusionale, giustizialisti solitari, giornalisti corrotti, di regime o semplicemente storditi. Berlusconi che si sfrega le zampe, la sua tessera P2, Licio Gelli che in un’intervista evoca i campi di concentramento contro i clandestini per separare le vacche nere immigrate dalle bianche locali, niente miscugli. Gerarchi e cuochi, un parlamento vuoto, un bivacco di manipoli, un cadavere che è insieme la memoria di tutte le vittime di questo paese adolescente immaturo e di genitori ignoti (guerra, guerra civile, stragi tutte e tutti i vicini di casa che danno di matto e sparano sulla suocera sul passante sul creditore). E l’aborto della democrazia che se ci pensate bene non ha mai abitato qui.

Riprendi fiato.

Sei uscito dalla tua stanza da casa scendi le scale esci dal palazzo sei in scala 1:10, io sono colui che è, io sono quello che suono, io sono l’ago trovato col piede in un mucchio di paglia, scendi (sali?) ancora di scala, sei una linea tra due città, un’autostrada, una regione un’altra, il Po la Padania l’Emilia-Romagna il Nord Italia sei un puntino che indica un luogo immenso su una mappa, sei una zecca in uno stivale.

Sposta lo sguardo a nord-ovest, trovi il Ministero dell’Identità nazionale in Francia,neonazionalismi rispuntare in tutta Europa come funghi, siamo cittadini europei tutti uguali finché fuori c’è qualcun altro più diverso, più lontano, popolazioni come macchie, come formiche microscopiche ammucchiate barbaramente selvaggiamente dove è caduta una briciola di pane, grattacieli fabbriche case con accanto macchie azzurre (la piscina), altre che si muovono in fila indiana attraversando tratteggiate linee di confine, lungo fili prima tesi come linee rette, attraverso il mare. Se metti un bastoncino lo scavalcano o lo aggirano, vanno verso la briciola anche loro.

Zoomando ancora vedi le frontiere d’Italia dell’Europa: Lampedusa come un torrione fortificato in mezzo al mare, le Canarie Ceuta Melilla. La Libia desertica. La Grecia che fuma come una turca, il muro che Israele costruisce nel Sinai come la muraglia cinese dalla luna, il mondo colorato per continenti.

Ora a qualche chilometro di altezza sfumano i continenti che si mischiano alle nuvole, agli oceani, su uno sfondo nero distinguiamo una palla azzurrognola. Una unica palla. Quanto tempo è passato? Qualche milione d’anni o una frazione di secondo? La Storia?

Reazioni a catena, esseri atomici, esplosioni nucleari, polvere di stelle, orbite ellittiche, molecole, pesci, anfibi, uccelli, animali a quattro a due zampe. Di nuovo in viaggio. Siamo primati, mammiferi piuttosto primitivi rispetto ai molto più specializzati cetacei, che hanno preso le sembianze di pesci e sono andati a popolare, da mammiferi, le acque del mare, o ai pipistrelli, che, maldestramente camuffati da uccelli, svolazzano per i cieli come fossero topi volanti. Cacciamo nelle foreste, notturni mammiferi insettivori, dalla vista acuta e stereoscopica, che, divenuta a colori, ci consente di cambiare dieta e trasformarci in diurni degustatori di frutta, colorata per sua natura.

Ora prendi l’autobus attraversa la città, diventi il tragitto del numero 41.

Sull’autobus, con una mano tieni la banana che mangi contro i crampi della gravidanza e con l’altra, alzata, compi lo stesso gesto della brachiazione comune ai tuoi cugini gibboni. Guardi la banana e la mano che la tiene: ha cinque dita e il pollice opponibile, come quella degli altri primati, anche se alcuni il pollice non lo hanno affatto. Il vicino ti tocca il culo, ma tu non puoi mollargli un ceffone, allora lo guardi storto, inarcando le sopracciglia, grazie a tuoi sviluppati muscoli mimici. Non è possibile che apparteniate alla stessa specie! Eppure anche lui è bipede, il suo cervello non peserà un chilo e mezzo come il tuo, ma neanche 50 grammi, come dovrebbe pesare secondo l’abituale proporzione corpo-massa degli altri animali; ha il volto piccolo e piatto e per quanto sia peloso, la sua peluria è miniaturizzata, a differenza degli altri primati. Suda abbondantemente e si sente. Il suo pene di maschio umano è più grande di quello di altre scimmie, i testicoli meno voluminosi e, se vi accoppiaste tra voi, produrreste una progenie vitale. Non ci vuoi nemmeno pensare! Vorresti che qui ci fosse un chirurgo per tagliarti questo seno pendente, appiattirti questo sedere più arrotondato e carnoso del suo, diventare lui e farti schifo per aver toccato il culo di un uomo. Invece sei imprigionata in questo corpo da pupa, oggetto del desiderio, de sideribus, oggetto caduto dalle stelle. E senti la gravità che ti schiaccia a terra, la terra che gira e ti gira la testa. La tua mano è la mano di una scimmia, lui è un gorilla. Devi sederti: se fossero di legno, questi seggiolini sarebbero residui di bosco, ma sono di fòrmica, surrogati del petrolio, il sangue marcio della terra, l’oro nero di questo pezzo spento di stella, che fa muovere gli eserciti, fa uccidere i capitani d’industria non asserviti, fa asservire i popoli.

Precipitati su noi stessi, su dove viviamo, sullo spazio che abitiamo, abbiamo ripreso il viaggio attraverso noi stessi, attraverso l’essere umano che siamo, individuale e collettivo, l’identico e l’altro, attraverso l’umanità che conosciamo e che aspettiamo di conoscere. Ci chiediamo ancora chi siamo. Id: la materia che amava chiamarsi umana. Di nuovo in cammino, comunità nomade, tolta allo stato ferino dall’eredità dei libri, tramandata da comunità di pensiero, unite dall’amore per i testi e orientate verso l’umanizzazione dell’homo inhumanus.

La fine di un percorso è un nuovo inizio.

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